Il mondo visto da bambini

Da bambini vivere era un po’ come andare a teatro: lo spettacolo sembrava improvvisato in modo eccellente e le battute erano quelle giuste al momento giusto, ma una volta che si chiudeva il sipario, il mondo finiva lì;

Oltre, dietro alle quinte, nessun bambino si è mai fermato troppo a lungo a riflettere che per  uno scambio di battute di dieci secondi, magari ci fosse un lavoro di mezz’ora, oppure che le luci non illuminassero gli attori da soli, ma ci fosse qualcuno pronto a direzionarle, che faceva quel lavoro di mestiere e stava lì impalato tutta la serata aspettando il momento giusto per farlo.

Allo stesso modo, a scuola, le maestre venivano viste come delle mere facciate che ci raccontavano la storia, la geografia e come combinare due calcoli sopra a un foglio a quadretti.

Le maestre sapevano tutto, erano buone con noi, e ogni loro parola era legge.
Se avevi un qualche interrogativo sulla vita, loro erano le persone giuste a cui chiedere.

Dubito che molti bambini realizzassero davvero che anche le maestre avessero una propria vita, un fidanzato, dicessero le parolacce e facessero la cacca.

Ed è così che da bimbi ,tutto questo insieme coniugato di  sistemi che si incastrano come ruote dentate di un complesso congegno , fa sì che si tenda a vedere il mondo in bianco e nero e non si distinguano le diverse sfumature.

Supereroi, attori, personaggi famosi, erano il nostro modello ideale di uomini e donne che si cercano di rendere bianco tutto ciò che è nero.
Poi si cresce e si fa la muta come i serpenti: la metamorfosi ha così inizio.
Si va a vivere da soli e si capisce il lavoro che c’è dietro ad un paio di calzini puliti, ad un bagno lustro e una cucina ordinata.
Ci si trova alle prese con problemi quotidiani piccoli, eppure rognosi.
Ci si accorge così che ci sono tante sfumature di bianco, tante sfumature di nero e di tutti i colori intermedi.
Credere di vivere in un mondo perfetto come una scacchiera è un po’ come credere di vivere nel cinema degli anni venti: anacronistico.

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La tua voce quando ti lamenti

Mi manca la tua voce quando ti lamenti
e sussurri tra i denti frasi sconnesse.

Per non parlare dei tuoi occhi quando tristi,
aperti in due metà come il guscio di una mandorla
con la luce che entra nella frattura
e  la riempie d’oro
come il kintsugi.

Mi manca la tua voce quando canti
intonata e dolce
magnetica mi fissi
negli occhi.

E stampi le parole delle canzoni sulla mia pelle,
carta bianca pronta
per essere scritta
scarabocchiata,
stropicciata,
disegnata,
riempita.
Da te.

Ciò che resta dell’arte

Ciò che resta dell’arte

È il gancio intorno al collo.

È il giunco piegato

dal crollo

del tempo.

Sono i pennelli ancora intatti

che non dipingeranno mai più.

Come spade affilate

lacerano la tela

fino a farla sanguinare.

È una siringa, quella tra gli acrilici?

Forse nelle tue vene scorreva

colore.

Trasformazione

Mi tolgo le lenti
e davanti ai tuoi occhi
le appoggio sul cuscino.

Il resto lo lancio
alla rinfusa:
Confuso si fonde,
crea un ponte temporale
con la moquette,
con le calze,
con gli altri indumenti,
accatastati da giorni
pigri e frenetici
come sono i tuoi.

A che cosa serve la vista,
se posso guardarti meglio senza?
Se voglio guardare il mondo
senza un punto di partenza?

Ma lascio agli squali
i rimasugli di un passato
spe
zze
tta
to.
Incollato
con i punti di sutura.

E con un filo di voce
che si trasforma in una ragnatela
che si trasforma in un cavo elettrico
che si trasforma in una bicicletta
che pedala fino a te,
ti dipingo nei miei sogni  e
trasformo i nostri giorni
in un dipinto surrealista.

 

 

Correre

“Ma secondo te”, disse il bambino all’orsetto lavatore, che da quanto aveva capito veniva universalmente reputato un animale ingegnoso, “È possibile volere qualcosa e allo stesso tempo non volerlo? Avere paura e contemporaneamente provare felicità?”

L’orsetto lavatore indugiò un attimo. Poi scoppiò a ridere. Non disse nulla, ma continuava a sogghignare sotto ai baffi e a rotolarsi nella ghiaia, proprio come un vecchio ubriacone che sta ridendo a qualche battuta sconcia del proprietario dell’osteria.

Il bambino, non ottendendo risposta, continuò il suo monologo.

“No perché, ti spiego. Io non ho quasi mai voglia di andare a correre, ma poi, dopo aver corso in mezzo ai campi fino a perdere il fiato, sono contento e sto bene. Dio se sto bene. Ma prima di farlo il pensiero di correre e di fare fatica mi attanaglia e mi blocca.”

L’orsetto lavatore, lentamente, si ricompose e assunse un’espressione un po’ più seria.

“Ma, piccino, ti sei mai chiesto perché certe volte alla fine poi vai a correre, mentre altre rinunci dal principio?”

“No. A dire il vero no, non me lo sono mai chiesto.” Rispose il bambino, e ci pensò un attimo.  

“Forse perché a volte ne ho davvero voglia.” Concluse, soddisfatto.

“Ma tu lo sai cos’è la voglia?” Sussurrò nell’aria l’orsetto lavatore.

“Beh, tu sei piccolo e inesperto delle cose del mondo, quindi lascia che te lo dica io.” Continuò lui. ” La voglia è una pulsione che parte da dentro e vuole uscire fuori. A tutti i costi. Come quando hai voglia di crocchette di pollo alle cinque di notte e vai a comprarle.  Oppure, quando hai voglia di un abbraccio. Voglia di ascoltare una canzone. Ci sono anche voglie che partono da fuori e poi entrano dentro, ma quelli sono obblighi. Obblighi che ci imponiamo da soli, a volte senza neanche accorgercene. Ma poi noti la differenza, perché se è un bisogno, va all’infuori. Se è un’imposizione, non porterà a nulla di buono.” Calò il silenzio, ma era denso come una nuvola di cotone.  Una nuvola di pensieri ammassati, pronti a piovere da un momento all’altro, senza preavviso.

“Il tuo discorso è un po’ contorto, ma penso di averlo capito a grandi linee.”

“Ora, a volte vai a correre perché ti ricordi le sensazioni che hai provato nel momento in cui hai fatto fatica e soprattutto nel momento in cui hai finito la corsa. Te le ricordi, le vuoi provare, e il resto passa in secondo piano. Sai anche che ogni corsa a modo suo ha un qualcosa di diverso dalle altre, un qualcosa di speciale. E tu vuoi ricercare quel piccolo particolare, scoprire quel segreto e farlo tuo. Altre volte invece, forse perché non sei convinto fino in fondo che ne valga la pena, lasci perdere sin dall’inizio. Preferisci continuare a stare come stai piuttosto che andare a correre. ”

“È vero, ma a volte proprio non mi va di correre, anche se so che fa bene!”

“Magari a te fa bene, ma ad un’altra persona causa solo problemi alle articolazioni, per esempio. Non puoi generalizzare questo tipo di discorsi così.” Disse il procione con tono secco. Poi fece una pausa, schioccò la lingua e continuò.

“Però c’è un problema di fondo, ovvero che il nostro tempo è limitato. Quindi magari oggi non ti va di andare a correre, domani rimandi per un altro motivo e così via fino al giorno in cui vuoi davvero correre ma fuori diluvia e non ne hai proprio la possibilità. Questo si chiama sprecare delle opportunità. Ma è un problema tuo, piccolo. ”

A questo punto, prese la frutta e le bacche che si era procurato nell’arco della giornata, e iniziò a lavarle con cura minuziosa nel cesto di legno affianco a sé.Il bambino, che non aveva mai assistito ad un spettacolo del genere, strabuzzò gli occhi. Poi, guardandosi i piedi, come parlando da solo, si interrogò.

“E allora, che cosa devo fare?”

“Fai quello che ti senti, ma sentitelo fino in fondo. Prenditi il tempo di cui hai bisogno per capire cosa ne pensi al riguardo, ma non fare in modo che la paura o qualsiasi altro tipo di sentimento interferisca con quello che vuoi. Non più.Solo così puoi capire se lo vuoi davvero oppure no. Devi essere in un umore tranquillo, ma non apatico. Finché non lo sei, non vedi le cose come stanno, ma hai la visione offuscata.” Questa volta il bambino non capì se era stato il procione a parlare, oppure qualcosa dentro di sè. In ogni caso, quella voce continuò.

“Forse anche il terreno ha bisogno di tempo per capire se è disposto ad accettare i tuoi passi umani, te lo sei mai chiesto? In ogni caso se tu non vuoi andare a correre, non andarci. Ma poi non puoi più cambiare idea perché il prato non sarà più disposto ad accettare i tuoi passi, e all’improvviso diventerà un rovo. I fiori diventeranno spine. Tutto quanto sarà rovinato…”

“…Perché ricordati, il treno passa una sola volta. La seconda volta passa la sostitutiva. La terza volta, te la devi fare a piedi, da solo.”