Faceva freddo

Faceva freddo.
Era un mese invernale, forse ottobre, forse gennaio. Non mi ricordo bene.
Ero venuta a trovarti, e siamo restate a dormire in un agriturismo.
Aveva la spa privata, e ci siamo state dentro un paio di ore. Nude. Mi avevi fatto un regalo. Eri  nel periodo in cui mi davi molto, non ancora in quello del “So che non ti ho dato quanto avrei potuto darti”. A proposito,  grazie per la rivelazione. Preferivo non saperla.
Chissà se c’erano le telecamere, spero proprio di no ma non ci metterei la mano sul fuoco.
Poi, siamo andate in quella stanza kitsch, con le decorazioni d’oro e gli angioletti.
Oh no, mi sto confondendo. Quella è un’altra delle tante stanze in cui siamo state. Quella volta siamo state in una camera graziosa, piccolina, riservata, con dipinti dei motivi floreali. A pensarci adesso mi sembra di aver vissuto in un film.
Era la mia vita o una puntata di qualche serie tv americana stramba?
Vabbè.
Poi, tornando alla camera kitsch che non era di quell’agriturismo, mi piaceva stare li con te.
Ma tu avevi sempre troppa fretta la mattina di mettere a posto, di rivestirti, mentre io?
Io volevo restare nel letto sempre ancora un po’. Sempre un altro po’.
Dai metti la sveglia dieci minuti dopo. Dai facciamo che alle emmezza ci alziamo. Dai altre due coccole. Dai poi non ci vediamo per chissà quanto. Dai, lo so che lo vuoi.
E i tuoi ma.
Ma dobbiamo mettere a posto, ma facciamo tardi, ma perdiamo il treno, ma scade il parchimetro, ma la colazione chiude, ma cadono le banche, ma dobbiamo lasciare la camera, ma così non ci alziamo più.
Grandissima stronzata quest’ultima del ” Se non  facciamo qualcosa ora non lo facciamo mai più”. Ma che ve lo hanno fatto imparare le maestre alle elementari questo mantra idiota? Se non lo facciamo ora, lo facciamo tra mezzora, semplice semplice. Non vedo perché non dovremmo farlo mai più.
In ogni caso, che due palle.
E se la colazione chiude pazienza, e se dobbiamo lasciare la camera busseranno di nuovo, e se scade il parchimetro AMEN, e non arriverà il vigile proprio in quel piccolo inutile lasso di tempo che potremmo benissimo trascorrere sotto al tepore delle coperte.
Ma tu no, non ce la facevi. Era più forte di te.
E poi alla fine ti lasciavo sempre fare.
Una volta uscite da quel posto stranissimo a due passi da lì, dove lavoravi tu, pioveva. Diluviava, non avevamo l’ombrello, ci riparavamo sotto alle tendine dei negozi.
Avevi fatto una tappa in farmacia, me lo ricordo. Avevi comprato una pomata, ricordo anche questo. I dettagli più stupidi si ficcano sempre dentro alla mia mente che magari non si ricorda che siamo nel duemilaediciassette ma si ricorda che tu, in quel frangente, comprasti una pomata. I misteri della vita.
Non so, mi ha sempre fatto cagare la pioggia la mattina presto appena alzata- il freddo pungente contro ogni sforzo- umanamente intollerabile.
MA.
Ma non mi dispiaceva essere li con te in quel momento sotto quella pioggia in quel posto paludoso un po’ malinconico pieno di anziani.
La mia vita abituale mi sembrava lontana, lontana anni luce. C’eravamo solo noi due.
E con questo non intendo dire che mi manchi, che vorrei vivere emozioni nuove con te e cose banali e inutili di questo tipo. Figurati. Dico solo che quei momenti sono cristallizzati e può grandinare quanto vuoi, può scoppiare una bomba atomica là sopra ma sono rimasti incisi nella corteccia del mio essere per sempre.
L’eternità forse è solo la somma di infiniti momenti finiti.
Momenti lontani. Parte di me.

Libretto di istruzioni

Libretto di istruzioni:
Prepararsi alle cadute improvvise

Per prepararsi
e’ assolutamente
indispensabile
svuotare la mente
scuoiare un serpente
fare dieci passi indietro
un rito woodo
girare in cerchio
e ripetere sottovoce
che non c’è
assolutamente
nessun modo per prepararsi.

Il secondo step
consiste nel
rassegnarsi.
Una volta per tutte.
Ma davvero.

Infine, terzo e ultimo step,
forse il più interessante:
prendete un pacco
zeppo di fogli
del passato
intingeteli nel latte
e buttateli via.

Qualcuno di voi
dice di aver  imparato
dai propri errori?
Mente.

Nel banchetto della vita

Nel banchetto della vita

il passato è colazione:

un po’ di biscotti secchi,

due terzi di delusioni,

qualche fetta di pane,

un quinto di gioie,

due mezzi di decisioni sbagliate

e un po’ di fragole fresche.

 

il futuro è cena:

Aspetti l’arrosto,

e ti ritrovi con della minestra.

Non vuoi cenare,

ma ti ritrovi in un ristorante.

Può essere tranquillità

oppure una tempesta,

e più cerchi di sbirciare il menù

più diventa imprevedibile.

 

Ma il presente è pranzo,

magico simposio

con uva succosa

e calici traboccanti di vino.

Ma se non mangi subito,

se non bevi quando bisogna bere,

la magia svanisce

e il cibo non è più commestibile.

 

 

 

 

Poesia n.707

E all’improvviso ho realizzato
di essere cieco
di essere sordo
di essere muto
di provare insensibilità al tatto
mentre sfioravo una lama
o accarezzavo un fiore
o forse ho realizzato di non averci nemmeno provato

e non c’è più cieco di chi non vuole vedere
e non c’è più sordo di chi si rifiuta di ascoltare
e non c’è più muto di chi tace pur volendo parlare

e non c’è più morto di chi pur potendo accarezzare
un tessuto
un ricordo,
un lenzuolo
la tua pelle
i tuoi capelli
resta con le mani immobili
chiuse a pugno.

Chi sono? 

Chi sono? o meglio, chi sono diventata giorno per giorno, attimo per attimo fino all’attimo attuale che si consuma nell’istante stesso in cui lo pronuncio?

Vorrei saperlo, ma è così difficile.

Non sono una cosa brutta che mi è successa, sono piuttosto il mio modo di reagire a quella cosa.

Non sono una persona inutile solo perché non sono la priorità di altri, o perché altri se ne sono andati , non vuol dire che io non sia degna di amore e rispetto.

Non sono trasparente solo perché qualcuno fa finta di non vedermi.

Sono quello che farei senza pensarci due volte.

Sto perdendo del tempo , del tempo prezioso rivangando nel fango di questioni irrilevanti.

Mi sono impantanata, lo ammetto.

Devo uscire da questa fanghiglia, tirare fuori la macchina anche se sembra impossibile spostare le ruote.

Come si fa?

Premi sull’acceleratore. Non troppo forte, premi il giusto. Altrimenti non funziona.

E riparti, esci dalla melma, e riparti.

Immune dal male

Che poi a volte ti senti il cervello vuoto.

Vuoto come una noce di cocco, fragile come il suo guscio.
Lo senti vuoto e lo vorresti riempire, ma non puoi.
Non ce la fai.
E allora ti sforzi di pensare…
E pensi al perché per noi il cielo sia blu , mentre ad un astronauta appare nero.
Ti chiedi se ciò che cerchi è qualcosa di stabile e fisso o tremendamente in bilico. Non lo capisci nemmeno tu, perché la stabilità ti annoia e l’incostanza ti scansa da ogni tipo di proposito. Ma.

Ma ti chiedi perché ti abbiano fatto tutto quel male.
Non vuoi fare la vittima, eppure lo sei. Inevitabile.
Da lupo ad agnello, da cacciatore a preda.
Tutti cacciatori nella vita degli altri, tutti agnelli nella propria.
E non capisci.
Non capisci perché il male sia una moneta di scambio così comune, forse dovresti diventarne immune .

Sono inquieta

Sono inquieta

Perché vorrei essere poeta

E sciogliere nelle parole

Il nodo che mi attanaglia la gola.

E vorrei essere artista

per poter rappresentare in un quadro astratto

Il mondo che mi gorgoglia dentro allo stomaco.

Ma son solo autista su questa pista

Che non è altro che un fuoristrada